E quest’anno sono 30.
30 lunghi anni racchiusi in un corpo minuto, una voce sottile e quel fare ancora sbarazzino che mi ha sempre contraddistinta.
Come ho impiegato il tempo? Un paio di lauree, qualche corso di specializzazione, una mia attività. Non sempre è filato tutto liscio, ma con una famiglia alle spalle che mi sostiene mi sono sempre concessa il lusso di “buttarmi”.
Lo ammetto, a scuola sono stata la classica secchiona, sempre seduta in prima fila pronta ad alzare il ditino se i compagni non sapevano rispondere all’interrogazione. I miei voti? Eccellenti.
Ho scelto di mettermi in proprio dopo una decina d’anni di gavetta presso una grande casa editrice. Mi occupavo di correggere bozze di libri le cui copertine splendevano in prima fila sugli scaffali delle migliori librerie. Ho stretto la mano a talmente tanti scrittori famosi che dopo un po’ per me era diventata la normalità e ho smesso anche di scattarmi foto con loro per far invidia agli amici. Non che i miei amici capissero fino in fondo la mia emozione in quei momenti, ma per me era comunque un vanto.
Non ho lasciato quel lavoro perché non mi piaceva più o la paga non mi soddisfaceva. L’ho fatto perché mi sentivo pronta: volevo tornare a casa e costruire il mio impero.
Prima di tutto ho scelto il colore del mio ufficio vista mare: verde. Poi l’ho arredato con ogni genere di pianta e al centro, sotto al grande lampadario, il mio pc nuovo di zecca nell’angolo della scrivania. Alle pareti scaffali pieni di libri e qualche dizionario: non ho bisogno di altro. Sapevo che avrei lavorato più che altro online, ma volevo creare un ambiente accogliente per eventuali clienti che sarebbero venuti a trovarmi di persona. Ma soprattutto, l’ho fatto per me stessa. Avrei passato tante ore in quel posto e volevo renderlo il più possibile confortevole.
I primi tempi sono stati duri: ho inviato decine di email ai contatti recuperati nel corso degli anni. In verità ho ricevuto poche risposte, ma in compenso ho risposto io a centinaia di ragazzi che hanno invaso la mia casella di posta con i loro curricula. La cosa mi eccitava: la gente era disposta a lavorare PER me. Ok, forse in questo periodo storico avrebbero lavorato per chiunque, ma ero stata presa in considerazione anche io. Ero diventata ufficialmente un capo. Un’imprenditrice.
Mi immaginavo seduta sulla mia poltrona ergonomica a fare colloqui con le mani incrociate sul petto. Davanti a me ragazzini con le mani sudate per l’emozione della prima esperienza, cinquantenni in giacca e cravatta che sognano di rifarsi una vita, topi di biblioteca che pensano basti aver letto migliaia di libri per saper correggerne uno…
E poi loro, i clienti. Prima o poi sarebbero arrivati, me lo sentivo, talmente tanti che ad alcuni avrei dovuto dire di no. Non mi interessava che fosse gente famosa, anzi. Aiutare un emergente a crescere mi avrebbe resa ancora più felice. Troppo facile riuscire a vendere se il tuo nome è Elena Ferrante. La mia missione sarebbe stata trasformare un perfetto sconosciuto in uno scrittore da milioni di copie nel mondo.
Ci vollero due mesi per ottenere il primo lavoro. Lui era il figlio di un collega di mio padre, prossimo al diploma, che voleva revisionassi la sua tesina, ovviamente a un prezzo di favore. Da qualche parte dovevo pur cominciare, quindi… accettai.
Il secondo lavoro consistette nel ricopiare al pc alcune ricette scritte a mano da un’anziana signora che venne a trovarmi senza neanche capire di cosa mi occupassi. Aveva letto la parola “scrittura” sulla mia insegna e aveva pensato che fossi una specie di amanuense. Accettai, mi faceva tenerezza.
Il terzo lavoro, se così si poteva chiamare, mi arrivò via telefono. In quel momento ero in macchina ed era domenica, ma mi ero ripromessa che sarei stata disponibile sempre. Dall’altra parte c’era un ragazzo straniero che voleva sottopormi la sua opera teatrale convinto che la Warner Bros. l’avrebbe acquistata per una cifra astronomica. Quanto era disposto a pagarmi? Zero. Nada. Nulla. Anzi, mi accusò addirittura di essere una speculatrice. No, quell’incarico non lo accettai.
Qualcosa non stava funzionando, perché non riuscivo a ottenere lavori decenti? Decisi di spingere di più sulla pubblicità e fare qualche piccolo investimento soprattutto per migliorare il mio sito dal lato SEO e finalmente qualcosa si sbloccò. Mi arrivarono diverse email e chiamate con richieste di preventivi, ma quasi nessuna andava a buon fine. Decisi allora di abbassare le mie tariffe, arrivando a svalutare il mio lavoro: avevo i prezzi più bassi di tutta la concorrenza, ero ai primi posti nei risultati di ricerca su Google, non poteva non funzionare. E invece, non funzionò.
Stavo quasi pensando di mollare tutto, quando mi arrivò la chiamata di una distinta signora del mio paese. Aveva scritto delle poesie, voleva pubblicarle. I soldi non le mancavano, avrebbe pagato. Mi spiegò che i suoi componimenti riscuotevano parecchio successo tra i suoi amici sui social, quindi era certa che una sua raccolta sarebbe andata a ruba. Prima di affidarmi le sue opere, però, volle sapere quale titolo di studio avessi. Nonostante mi sembrasse una domanda inopportuna, le parlai delle mie lauree. Non le bastava, mi rispose che «una laurea ce l’hanno tutti». Le spiegai delle mie specializzazioni, ma lei mi fece notare che ero comunque troppo giovane… rispetto a lei. Di conseguenza, lei era più esperta di me. Non volevo giocarmi quella carta, ma citai la grande casa editrice per cui avevo lavorato e i miei dieci anni di esperienza. La sua risposta? Mi avrebbe dato una chance.
La chiamata terminò. Ero seduta sulla mia poltrona ergonomica, le mani che mi sudavano per l’agitazione. Avevo risposto bene a tutte le domande? Mi avrebbe scelta per affidarmi il lavoro o il mio curriculum non era abbastanza per lei?
Solo in quel momento ho capito che non ero l’imprenditrice che credevo. Che non bastano gli studi, l’esperienza, la voglia di fare. Che non sarei mai stata dalla parte “giusta” della scrivania, con le mani incrociate sul petto, a decidere del destino di chi vuol lavorare per me.
Quest’anno sono 30.
Ho appena abbassato per l’ultima volta le serrande della mia attività vista mare. Spero che il mio ex capo abbia ancora una scrivania vuota per me.