C'era una bozza Esperimenti di mitomania

Solo lei

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Quando l’ho conosciuta andava ancora al liceo. Era la più carina tra le sue amiche e finite le lezioni si fermava sempre ad aspettare il pullman davanti alla finestra di casa mia. Io andavo già all’università e ogni volta alzavo gli occhi dal libro di Anatomia per fissarli su di lei. Lei, col dizionario in mano. Lei, coi calzettoni e la tuta. Lei, col trucco sbavato a fine mattinata.

Ebbi il coraggio di andare a parlarle solo l’ultimo giorno di scuola: non volevo aspettare settembre per rivederla ancora. Ero timido e impacciato, lei schietta e vivace. Sembrava più grande della sua età.

Quel pomeriggio mi richiamò e la sera stessa uscimmo insieme per la prima volta. Diventammo inseparabili.

Passavo a prenderla tutti i giorni da casa, andavamo alle feste in paese e a quelle sulla spiaggia. Il primo bacio me lo diede lei, di sfuggita, inaspettato, un pomeriggio mentre saliva in macchina. Ci misi qualche secondo per capire cosa fosse successo. Lei mi guardava con occhi maliziosi e io compresi che mi stava dando il permesso di andare avanti. Le accarezzai il viso e la baciai a mia volta.

Quando ricominciò la scuola ci facevamo compagnia anche durante le ore di studio pomeridiane. Quello era il suo ultimo anno al liceo, poi sarebbe diventata una veterinaria, come aveva sempre desiderato. Non parlava d’altro che del suo amore per gli animali e si fermava ad accarezzare ogni cucciolo incontrato per strada. «È amore per la vita» mi ripeteva sorridendo mentre aiutava gli uccellini caduti dal nido a spiccare il volo.

Il nostro rapporto si fece sempre più stretto e passammo le vacanze di Natale insieme in una baita in montagna. Non avemmo bisogno di accendere il caminetto, ci bastò l’unione dei nostri corpi a scaldarci.

Il giorno di San Valentino la invitai a cena fuori. I giorni precedenti era stata un po’ scostante, troppo presa dai compiti in classe e preoccupata dalle pagelle di fine quadrimestre. Volevo regalarle una serata tranquilla e ricordarle quanto fosse speciale. Non aveva nulla da temere, i suoi voti erano sempre stati ottimi.

Passai a prenderla da casa come sempre e questa volta non mi baciò salendo in macchina. Capii dagli occhi che aveva pianto. Ebbi paura.

«È successa una cosa e non so come dirtela.»

Mi sembrava una bambina in quel momento. Aveva perso tutta la sicurezza che la contraddistingueva. Era sempre stata lei quella forte. Mi feci coraggio.

«Qualunque cosa sia l’affronteremo insieme.»

Chinò la testa e strinse forte gli occhi. Solo le ciglia erano bagnate.

«Sono incinta.»

Saltammo la cena e passammo la serata abbracciati sui sedili posteriori. Non le dissi nulla, non subito. Si addormentò piangendo tra le mie braccia e quando fu il momento di svegliarla e riaccompagnarla a casa la strinsi più forte. Era giunto il momento di fare l’uomo.

«Resterò al tuo fianco – al vostro fianco – sempre. Non me ne andrò, non lo farei mai, non avere paura. Ci penserò io a voi.»

Lei mi guardò e mi disse soltanto: «Io non terrò questo bambino». Poi si alzò, uscì e sbatté la portiera.

Avrei voluto sentirmi sollevato, non fu così. Tornai a casa con un dolore che mi tormentava e mi arrovellò lo stomaco per tutta la notte.

Il giorno dopo l’aspettai all’uscita di scuola, ma non si presentò. Così andai a casa sua e bussai finché non venne ad aprirmi. Le mostrai delle scarpine bianche, talmente piccole che avrebbe potuto indossarle una bambola. Non sapevo quale reazione aspettarmi da lei.

«Il primo regalo per il nostro bambino» le sussurrai timidamente, ansioso di sfiorarle il ventre piatto.

Lei, che era sempre stata un’esplosione di emozioni, positive o negative, sembrava non provare nulla. «A settembre comincerà la mia vita universitaria, non la mia vita da mamma. Diventerò una veterinaria.»

«E io diventerò medico. E il nostro bambino festeggerà i nostri traguardi insieme a noi» le dissi pieno di speranza.

«Io non voglio rinunciare a nulla. La vita è la mia.»

Infilai un piede in mezzo alla porta prima che riuscisse a chiuderla. «Ma il bambino non è tuo, è nostro! E la sua vita è solo sua.»

Lei continuava a spingere, insistendo. «Lasciami in pace.»

«Se tu non vuoi tenerlo, me ne occuperò io. Mi farò aiutare se necessario, ma non sarà un ostacolo per i miei progetti. È mio figlio.»

Rise scuotendo la testa. «Tu sei un uomo, non puoi capire. Le rinunce sono solo delle donne.»

«Restituiscimi il mio bambino» le dissi perentorio. Non la riconoscevo più. Non era più la donna di cui mi ero innamorato, che soccorreva i gattini con le zampine spezzate. Voler portar via mio figlio.

«Il bambino non c’è più.»

Le lasciai chiudere la porta e strinsi tra i pugni le scarpine bianche. Ero solo un uomo e non ero riuscito a proteggere mio figlio.

Ero solo un uomo, solo lei portava quel bambino in grembo.

Solo lei poteva decidere della sua vita, io non contavo nulla.

E solo lei aveva deciso.

C'era una bozza Esperimenti di mitomania

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