La mia sveglia suona puntuale alle 5.45 di mattina, tutti i giorni, weekend incluso. Doccia, capelli, piega. Pulizia del viso, tonico, crema. Trucco leggero: primer, fondotinta, correttore; cipria, terra, blush; sopracciglia, ciglia, balsamo labbra. Un tocco di illuminante. Poi di nuovo sotto le coperte, ad attendere quel raggio di sole che filtra dalla finestra attraverso la tenda bianca e si appoggia sul mio viso con un gioco di chiaroscuri perfetto.
Allora attivo la fotocamera anteriore, mi stiracchio, sbadiglio e do il buongiorno ai miei follower attraverso una serie di storie. Piogge di cuori, di like, di complimenti.
Sono bella, molto. Lunghi capelli biondi e un viso sempre ricoperto dal make-up. Amavo truccarmi fin da bambina, quando giocavo con il rossetto di mamma. Fin da allora lei mi diceva che esageravo, che il mio viso così delicato non aveva bisogno di essere nascosto dal trucco.
Poi il gioco si è trasformato in una passione e la passione in un lavoro.
Da quando ho memoria ho sempre avuto un profilo social con cui rimanere in contatto con i miei amici, ma terminata la scuola ho deciso che volevo di più. Volevo essere apprezzata dal mondo intero.
Ho cominciato a cercare gli hashtag più popolari e a inserirli sotto alle mie foto. Subito dopo cliccavo sugli hashtag per verificare che le mie foto fossero effettivamente tra le più recenti e per la prima volta mi resi conto di quante migliaia di foto al secondo vengano caricate su Instagram: risultato, i miei post sparivano nel tempo di un click. Così era impossibile farmi notare. Ero una bella ragazza, ma come me ce n’erano tante. Dovevo fare di più.
Forse non dovrei dirlo, ma ho usato le mie paghette settimanali per pagarmi le prime sponsorizzazioni su Instagram. È stato semplice: ho creato il mio pubblico, inserendo i dati dei miei follower ideali, ho scelto la mia foto più bella e ho stabilito il mio budget. L’applicazione stessa mi suggeriva come fare per arrivare a migliaia, forse milioni di persone. Ho cominciato con 6 euro al giorno, per sei giorni, e sono rimasta in attesa dell’approvazione della mia inserzione.
Fino a quel momento seguivo chiunque. Conoscevo vita, morte e miracoli di tutte le influencer italiane e straniere che avevano un minimo di successo. Guardavo tutte le loro storie, commentavo, acquistavo i loro gadget, dai rossetti alle uova di Pasqua.
Ma non appena ho ricevuto la notifica da Instagram che mi comunicava l’avvenuta pubblicazione della mia inserzione, è cambiato tutto. Mi interessava solo di me stessa. Continuavo ad aggiornare la pagina in attesa di qualche riscontro, e poi è arrivato il primo like. E poi qualcuno ha cominciato a seguirmi. Mi sentivo una star.
Non erano ancora scaduti i sei giorni, che decisi di sponsorizzare un’altra foto. Sempre 6 euro al giorno, stavolta per una settimana intera. Passai la notte sveglia ad aspettare che me l’approvassero e finalmente, la mattina successiva, anche quell’inserzione fu pubblicata.
I miei follower crescevano di circa una decina al giorno e i like di perfetti sconosciuti alle mie foto arrivavano anche a una ventina.
Ma poi i miei soldi finirono e smisi con le sponsorizzazioni. Ero talmente tanto assuefatta dalla sensazione che provavo quando il trillo delle notifiche mi avvisava che qualcuno aveva cominciato a seguirmi, che quella mancanza mi faceva stare male. Stavo male, mentalmente e fisicamente.
Trovai lavoro in un centro estetico. Tutto ciò che guadagnavo lo investivo nella mia immagine. Trucchi, vestiti, borse firmate. Non potevo permettermi nulla di tutto ciò, ma volevo mostrarmi in quel modo agli occhi dei miei follower.
E naturalmente, ripresi con le sponsorizzazioni. Aumentai la posta in gioco, ogni giorno accrescevo il mio budget di 1 euro e non ci misi molto a raggiungere il migliaio di follower. Poi due. Poi tre. Ma gli altri ne avevano sempre più di me. Ogni volta mi dicevo: «Ancora mille e poi basta, lo giuro». Non riuscivo più a mantenere quel ritmo, arrivavo a bruciare il mio stipendio mensile nel giro di una settimana.
Cominciai a chiedere degli anticipi al mio capo. «Vado a vivere da sola, serve la caparra» le dissi il primo mese. «Mi si è rotta la macchina, se non la faccio riparare non saprei come venire al lavoro» le dissi il secondo. Il terzo dovevo fare una visita specialistica, il quarto si sposava mia cugina… finché non mi diede più nulla e minacciò di licenziarmi.
Allora cominciai a prendere in prestito dei soldi dai miei genitori. Direttamente dal loro portafogli. Senza dirglielo. Prima o poi glieli avrei restituiti. Prima o poi glieli restituirò. Mi basta giusto qualche altra manciata di follower per diventare un’influencer di successo e allora la smetterò di pagare per le sponsorizzazioni e saranno gli altri a pagare me per sponsorizzare i loro prodotti.
Ancora mille e poi basta, lo giuro.