C'era una bozza Esperimenti di mitomania

Professione: Cantastorie

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Professione: Cantastorie.

Ecco cosa ci sarebbe scritto sulla mia carta d’identità se quelli del comune me l’avessero concesso. E invece hanno tirato una bella linea nera tratteggiata, la stessa che compare dopo il mio Stato civile.

Dicono che la mia non è una vera professione: Medico, Ingegnere, Professore… Quelle sono vere professioni.

Io racconto di gente che vedo passeggiare nella piazza dove mi esibisco, il più grande palcoscenico per pubblico non pagante. Forse è questo che rende la mia professione poco credibile: i soldi.

Qualche spicciolo riesco a racimolarlo comunque. «Per comprarti una birra!» mi gridano i ragazzi tirandomi qualche moneta addosso e andando via ridendo senza ascoltare una parola di quello che dico.

Non sono un mendicante, né un ubriacone.

Osservo le persone seduto sui gradini della scalinata: c’è la mamma che trascina via la figlia in lacrime, due giovani innamorati che si scambiano baci fugaci, il manager sempre con auricolare e ventiquattrore che sembra parlare da solo. Ho assistito a un paio di scippi, una sparatoria, tre incidenti per mancata precedenza e anche alla brutta fine di un gatto sbranato da un cane.

Ma le storie più interessanti sono quelle che a una prima occhiata sembrano insignificanti, quelle che nessuno si prenderebbe la briga di raccontare.

Io invece lo faccio. Perché sono quelle di persone reali, nulla di costruito. Se non dalla mia mente. Sì, perché i protagonisti delle mie storie in realtà a me non raccontano nulla. Il Cantastorie sono io. A me basta uno sguardo, e la loro storia si costruisce pian piano nella mia mente. E mentre si costruisce, io racconto.

È difficile che gli stessi protagonisti si fermino ad ascoltarmi, perché di solito sono già passati avanti. Ma io lo preferisco, a nessuno piace sentir raccontare di sé. Vogliamo essere sempre e solo noi i padroni delle nostre storie e scegliere cosa dire e cosa no. Però parlare degli altri ci piace molto e piace molto anche a me.

Non credo che qualcuno un giorno racconterà la mia storia.

Potrei farlo io, ma non avrei molto da dire. Vivo delle storie degli altri e lascio che la mia passi in secondo piano. Ci ho pensato spesso in questi anni. «Costruisciti una storia, costruisciti una storia» mi ripetevo. «Ce l’hanno tutti, perché tu no?» Potrei rispondere che avere una storia non è necessario, ma la darei vinta a quelli del comune e sminuirei la mia professione.

E poi non ci credo neanche un po’.

Sono un Cantastorie, e questa è la mia storia. La storia delle storie degli altri. Io sono gli altri, io sono la mia mente, io sono la costruzione di qualcosa di reale, io sono la costruzione di qualcosa che la mia mente ha costruito.

Sono un Cantastorie e sono reale o la mia mente mi ha costruito? Sono un Cantastorie e ti racconto la tua storia.

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