523 giorni, 16 ore e 28 minuti.
È esattamente il tempo in cui sono rimasta prigioniera in Siria. Avevo 19 anni quando sono partita, la stessa estate del diploma. Volevo regalarmi un paio di mesi lontana da tutto per capire cosa farne del mio futuro. Ero appena uscita da una storia burrascosa, il mio ragazzo storico mi tradiva con la mia migliore amica e non ero riuscita a concentrarmi abbastanza per gli esami. Non che fossi una cima a scuola, ma me la cavicchiavo sempre. Studiare in fondo mi piaceva, volevo iscrivermi all’università e scegliere una facoltà che mi permettesse di aiutare la gente. Medicina no, troppo lunga. Forse infermieristica. Sono sempre stata altruista. Ho pure condiviso il mio ragazzo per cinque anni…
Insomma, quell’estate decisi di partire. La mia fortuna fu che un’altra ragazza dovette rinunciare al suo viaggio per prepararsi ai test di ingresso all’università, così io presi il suo posto. Non mi entusiasmava particolarmente andare in una zona di guerra, ma mi avevano assicurato che sarei stata lontana dalle città più pericolose. Il mio compito sarebbe stato occuparmi dei bambini rimasti orfani in un territorio perlopiù neutrale.
I miei genitori ovviamente mi avevano pregata con tutte le loro forze di non partire; mio padre si era pure offerto di pagarmi la retta universitaria in una città a mia scelta, compreso l’affitto di un appartamentino da dividere con altre ragazze. Mi sono lasciata convincere? Ovviamente no.
Così, in una torrida giornata d’agosto, ho fatto le valigie. Ho preso il treno fino a Roma, non volevo che mi accompagnassero i miei genitori in aeroporto. Non erano d’accordo su questa mia scelta, quindi volevo esonerarli da ogni responsabilità. Era un viaggio che avrei affrontato da sola, fin dall’inizio.
Arrivata in Siria mi sono ricongiunta con la direttrice dell’associazione di volontariato e col mio gruppo. Eravamo una decina di ragazze, più o meno tutte coetanee, eccetto una signora più grande che fuggiva da un divorzio e un’altra che aveva scoperto di non poter aver figli e voleva occuparsi di quelli degli altri.
La nostra sistemazione era abbastanza di fortuna, ma era sicuramente più confortevole di quella di quei poveri bambini. Comunicavamo a gesti, sia perché non capivano la nostra lingua, sia perché eravamo obbligate a portare un velo sulla testa per ripararci bocca e naso dalla sabbia. I nostri sguardi dovevano essere sempre dolci e rassicuranti perché gli occhi impauriti di quei bambini cercavano rifugio nei nostri.
Erano passati esattamente 23 giorni dalla mia partenza quando successe. All’inizio non mi ero neanche accorta di ciò che stava accadendo, pensavo a qualche gioco o scherzo delle mie compagne, anche se non eravamo così tanto in confidenza. Andavamo d’accordo, ma non c’era quella goliardia da confraternita tipica dei college americani. Almeno per come avevo potuto vedere nei film.
Insomma, ero lì a leggere sulla mia brandina Il deserto dei Tartari nella mia mezza giornata libera, quando qualcuno mi ha infilato un sacco in testa. Non so quanti fossero, qualcuno mi teneva la bocca chiusa, qualcun altro le mani legate, forse un altro ancora mi trascinava via… Rividi la luce qualche ora dopo, una candela accesa in quella che mi sembrava una cella.
Ripensare a quei giorni mi provoca delle fitte al petto. Non ho sofferto di dolori fisici, i miei rapitori non mi hanno trattata male e non hanno mai osato sfiorarmi. Credo che in parte mi rispettassero, nonostante tutto. Ma era la sensazione di prigionia a farmi male. In realtà potevo fare molte cose, come mangiare, leggere (sì, mi procuravano persino dei libri! Non nella mia lingua, è chiaro, ma era sempre meglio di niente), lavarmi… ma al chiuso. Che fosse una cella, una casa, il rimorchio di un camion… non potevo uscire se non per necessità, e l’unica necessità erano gli spostamenti da un luogo all’altro.
Quando 523 giorni, 16 ore e 28 minuti dopo il mio rapimento un gruppo di militari mi comunicò che la mia amata Italia aveva pagato il riscatto per liberarmi, ancora non sapevo cosa avrei trovato ad aspettarmi. Mi fecero salire su una jeep per portarmi in aeroporto e mi permisero di chiamare la mia famiglia. I miei genitori, le mie sorelle, persino mio nonno era lì ad ascoltare la telefonata. I militari mi avevano intimato di comunicare solo le mie condizioni di salute e di raccontare il resto di persona una volta tornata a casa. Dalla jeep passai all’aereo e lì mi dissero che avrei dovuto indossare una mascherina. Io non avevo idea di quello che stava accadendo nel mondo in quel periodo. Obbedii.
Atterrata a Roma vidi la mia famiglia. Tutti indossavano la mascherina, ma gli fu impedito di avvicinarsi. Piangevano, questo potevo vederlo. Un uomo distinto fece un mezzo inchino accostandosi a me, ma non mi strinse la mano. C’erano dei giornalisti, dei fotografi, tutti accalcati e dei poliziotti che tentavano di dividerli. Mi dissero che dovevo entrare subito in macchina. Non mi fecero viaggiare insieme alla mia famiglia.
Ora sono nella mia camera, affacciata alla finestra. Sono passati esattamente 23 giorni da quando sono tornata. Ho passato due settimane in isolamento, poi mi sono potuta ricongiungere con i miei genitori. Le mie sorelle vivono con i mariti in altre case, non le ho riviste.
Non ricordavo fosse questa la libertà. Vivo prigioniera di casa mia, posso uscire solo per necessità e solo coprendo naso e bocca. Mi immaginavo una grande festa al mio ritorno, invece non ho potuto rivedere nessuno dei miei amici. Però ci sentiamo per telefono, facciamo anche delle videochiamate. Sono tutti curiosi di sapere come ho trascorso l’ultimo anno e mezzo della mia vita. Mi viene da sorridere, perché… non è molto diverso da come lo stanno vivendo loro in questo momento. Di come io, lo sto vivendo.
Sono esattamente 547 giorni, 22 ore e 8 minuti che sono prigioniera.