Stamattina sono andata al supermercato. Era la prima volta dopo quasi due mesi, e io amo andare al supermercato. Prima vado a caccia di volantini con le offerte e poi passo le ore davanti agli scaffali a capire se quel prodotto scontato di 20 cent potrebbe servirmi oppure no. Di solito la risposta è no. Però lo compro lo stesso, finirà nella dispensa insieme alla polpa di granchio e alle olive nere snocciolate in attesa di finire in qualche piatto svuotafrigo pochi giorni prima della scadenza.
Tornando a stamattina. Non avevo paura, da noi i contagi sono pochi e all’ora di pranzo del lunedì non c’era neanche troppa gente in giro. Però sapevo che questa volta avrei dovuto fare le cose di fretta e inoltre non avevo trovato nella cassetta della posta il solito volantino con le offerte. Pazienza. Ero comunque contenta di essere tornata a una pseudonormalità. Nonostante la mascherina, i guanti, il gel disinfettante e le strisce rosse di nastro adesivo sul pavimento per mantenere la distanza di sicurezza.
Ero entrata da poco e stavo passeggiando – mi piace definire così la camminata a passo svelto con slalom per evitare avvicinamenti inappropriati – nella zona più ampia del supermercato, tra il reparto frigo e quello frutta e verdura, quando ho cominciato a sentirmi le gambe molli e formicolanti. Ecco cosa succede quando passi due mesi stravaccata sul divano. Contenta di aver riattivato la circolazione ai miei arti inferiori, non avevo fatto caso a quella sensazione di calore che mi stava avvolgendo la faccia né al respiro affannoso, causati probabilmente dall’allergia (maledetta primavera) e dai polmoni ormai compromessi dallo stato avanzato della mia gravidanza.
Arrivata a metà corridoio noto una busta per terra. Mi chino per raccoglierla e la poggio su una montagna di biscotti, convinta che sarebbe stata recuperata dal legittimo proprietario. Riprendo a spingere il carrello, ma quella strana sensazione di leggerezza e testa tra le nuvole peggiora fin quando…
Fin quando riapro gli occhi. All’inizio sento solo un forte dolore al mento e mi strappo via la mascherina dalla faccia in cerca d’aria. Ci metto qualche secondo per capire come mai sono spalmata sul pavimento del supermercato, io che amo così tanto l’igiene e non cammino scalza neanche sul pavimento di casa appena passato con Lysoform.
Sono svenuta. Sono banalmente svenuta. Alzo leggermente lo sguardo e vedo il mio carrello a qualche metro di distanza, schiantato contro il banco dei prosciutti, probabilmente perché gli sono finita addosso cadendo – e questo spiegherebbe anche il mio dolore al mento che deve aver urtato contro la maniglia. Decido di mettermi seduta, il mio pancione non mi permette di sollevarmi con una semplice flessione delle braccia come avrei fatto solo qualche mese fa…
Mentre mi tocco il naso per controllare che sia ok (di solito quando svengo tendo a spaccarmelo), mi accorgo che sono circondata, ripeto, circondata, da persone senza volto. Eppure quando sono entrata il supermercato mi sembrava semivuoto, da dove erano spuntate?
Nel silenzio più totale il ragazzo paffutello dietro l’affettatrice mi grida un: «Signorina, tutto ok?». Sì, grazie.
Recupero la mia mascherina, la indosso lasciando scoperto il naso questa volta. Mi rialzo e accenno un sorriso a chi mi sta intorno, salvo poi ricordarmi che la mia bocca era tornata invisibile. Fortunatamente ho degli occhi molto espressivi. Controllo di non aver fatto danni con il carrello e come se nulla fosse torno alla mia spesa. Mi giro e anche l’altra gente si era dileguata tornando ai propri affari.
Prendo dal frigo una confezione di yogurt per mio figlio e intanto mi ritrovo a sorridere.
Una ragazza, visibilmente incinta, sviene nel bel mezzo di un supermercato. La curiosità è tanta e succede un po’ quello che succede durante gli incidenti in strada: file chilometriche di macchine che rallentano per vedere cos’è successo. Ma non posso fare a meno di chiedermi se in un tempo normale qualcuno mi si sarebbe avvicinato, magari aiutandomi a rimettermi in piedi. Magari, non so, offrendomi un bicchiere d’acqua o un pezzetto di focaccia. Chiedendomi informazioni sul bambino che porto in grembo e del colpo appena preso alla pancia. O anche al mento, per chi mi ha vista cadere in diretta.
Forse in un tempo normale quella gente avrebbe fatto a gara per starmi vicino e tranquillizzarmi. E invece… nessuno ha avuto il coraggio di avvicinarsi a me, men che meno di toccarmi. In fondo potevo essere infetta. O potevo essermi infettata in quel momento, toccandomi il naso con le mani sporche per controllare che non perdesse sangue.
E comunque sono riuscita a rialzarmi da sola, giusto? Non avevo mica bisogno di aiuto. Forse se fossi rimasta stramazzata al suolo qualcuno si sarebbe prodigato per chiamare un’ambulanza, ma non ne avevo bisogno. In questo tempo strano, non si ha bisogno di nessuno. Bisogna cavarsela da soli.
La paura del virus uccide più del virus.