Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum.
Sgranare il rosario è l’unico gesto che mi dà conforto in questi giorni. Me ne sto seduto sulla panca di legno nella piccola cappella del collegio. Maria mi osserva con occhi di marmo, stringe tra le braccia il suo bambino. San Gaspare ha l’abito nero sempre un po’ sgualcito per il peso del crocifisso che fa capolino dalla cintura.
Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
I vasi di cristallo sono tutti vuoti da tempo, l’acqua si è ingiallita ed emana uno strano odore di putrefazione. Lo annuso con piacere, dicono che uno dei primi sintomi della malattia sia la perdita di olfatto. Anche oggi mi sono salvato.
Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
Sento i passi svelti dei miei fratelli che si dirigono verso la cucina, sarà l’ora del tramonto. Mi volto verso la porta a vetri e intravedo la luce arancione del corridoio attraverso le immagini sacre. Sì, i piatti sono già in tavola, ma mi aspetteranno. Senza la mia benedizione non possono cominciare.
«Don Maurizio?»
Mi cade il rosario dalle mani. «Sì?» Mi inginocchio per raccoglierlo.
«Stanno servendo la cena.»
«Va bene, grazie.» Faccio scorrere i grani tra le dita. Dov’ero arrivato? Guardo la Madonna in cerca di un indizio, ma non ricordo neanche qual è la decina giusta. Sospiro. Quand’è che la mia memoria ha cominciato a fare cilecca? So che non è solo un problema legato agli acciacchi dell’età, deve esserci qualcosa in più. Qualcosa che ha a che fare con questi giorni di reclusione.
Mi alzo svogliatamente infilando il rosario in tasca e mi dirigo verso la cucina, non prima di essermi lavato le mani per 30 secondi esatti, il tempo di recitare due volte il Padre Nostro.
Sono già tutti seduti ai posti assegnati, solo un po’ più distanti; a me spetta il capotavola perché sono il più anziano. Fino a pochi giorni fa lì sedeva don Mimì, poi è caduto dalle scale e si è fratturato il femore. Così l’hanno spedito a fare riabilitazione da qualche parte e non so se tornerà. Non l’ho neanche salutato. Sono certo che non è stato un incidente. Sono stati i miei fratelli a spingerlo, vogliono sbarazzarsi di noi vecchi e io sono l’ultimo rimasto. Tra poco toccherà a me.
«Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.»
«Amen» rispondono in coro a mani giunte prima di fiondarsi sul loro piatto di verdure.
«Vino?» mi chiede il ragazzo giovane in fondo, quello alto e bruno, il nuovo arrivato. È con noi da qualche mese e sento che sta tramando qualcosa.
«No» rispondo semplicemente e continuo a fissarlo con la coda dell’occhio fingendo di giocare con la forchetta. Insiste sempre per versarmi da bere, credo voglia avvelenarmi col sangue di Cristo. Lui si versa mezzo bicchiere e lo beve tutto d’un fiato. Assaggio un paio di zucchine, poi mi alzo e vado a prendere la bottiglia di vino. Il ragazzo mi guarda stupito, ma non mi interessa. Torno al mio posto.
Non ho più scambiato parola con nessuno per tutta la durata della cena. Gli altri si sono intrattenuti nelle aree comuni, io mi sono ritirato in camera mia salendo le scale lentamente e controllando ogni gradino prima di poggiare il piede. Non voglio che facciano cadere anche me.
Prima le salivo di corsa, anche due alla volta. Sono sempre stato atletico, passeggiavo anche per 10 chilometri ogni mattina all’alba. Prima che chiudessero tutto ovviamente.
Quanto tempo è passato? Non mi ricordo. Credo fosse inverno, indossavo ancora la coppola di lana e la sciarpa. Adesso vedo sbocciare i primi fiori dalla finestra che dà sul giardino e mi sembra che le giornate si stiano allungando.
Mi chiudo a chiave in camera e mi siedo alla scrivania; tiro fuori dal cassetto la mia agenda 2020 e come ogni sera comincio a sfogliarla. Quest’anno sono stato in Congo, Bangladesh e Tunisia. Ecco, ricordavo bene, siamo in primavera. Giappone, Norvegia e Medjugorje, quest’ultima tappa doveva essere proprio in questi giorni. Tutte cancellate. Ne ho altre segnate per i prossimi mesi, ma non credo di riuscire a partire. Dicono che quest’anno non si viaggerà.
Sussulto quando sento dei colpi alla porta. «Chi è?»
«Don Maurizio, ho trovato un rosario sotto il tavolo in cucina, credo sia il suo.»
Panico. Cominciano a sudarmi le mani. Frugo nelle tasche e il rosario non c’è. Dove l’avevo messo? Me l’hanno rubato loro?
«Lascialo appeso alla maniglia.» Sento un leggero tintinnio contro il legno della porta, poi dei passi che si allontanano. Non voglio uscire subito, temo sia un tranello. Mi odiano tutti qui dentro. Lo capisco dai loro atteggiamenti.
Prendo le agende degli anni passati e sfoglio anche quelle. Sono stato ovunque, viaggiare e incontrare gente mi rende felice. O almeno credo. Non incontro più nessuno da tempo.
Sono stanco, decido di mettermi a letto. Infilo la mano nella tasca dei pantaloni. Poi nell’altra. In quella della giacca. Cerco sulla scrivania. Dov’è il mio rosario? Eppure lo porto sempre con me. Metto sottosopra tutta la stanza, ma non lo trovo da nessuna parte. Sono stato sicuramente nella cappella prima di cena. Forse l’ho dimenticato lì?
Lentamente giro la chiave nella serratura, accendo la luce del corridoio ed esco dalla stanza. Quando poggio la mano sulla maniglia per richiuderla, sento dei grani familiari sotto le dita: è lui. Cosa ci fa il mio rosario appeso qui fuori? Mi guardo intorno, non c’è nessuno. Forse è un avvertimento? Stanno per aggredirmi, lo sento. Strappo il rosario dalla maniglia per rifugiarmi in camera, ma la corda si spezza e i grani si sfilano cominciando a rotolare per tutto il corridoio. Sento che alcuni precipitano giù per le scale.
Mi accascio per terra. Fa freddo. Inizio a piangere. Non trovo più un senso, un senso a nulla. Mi arrendo. Hanno vinto loro.