C'era una bozza Esperimenti di mitomania

The show must go on

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La prima volta che mi sono accorta che qualcosa non andava è stata sotto la doccia: stavo spazzolando i miei lunghi capelli dopo averli ben cosparsi di balsamo, quando ho visto una ciocca staccarsi e cadere sul tappetino. Non era la prima volta che mi succedeva avendo allattato due bambini, ma ormai loro sono dei ragazzi e i miei ormoni sono tornati alla normalità. E allora, cosa stava accadendo? Non ne ho parlato con nessuno, ho dato la colpa allo stress lavorativo, al cambio di stagione… ma quando per legare la mia folta chioma afro non bastavano più solo due giri di elastico, ho avuto paura. Tanta.

Il mio hair stilyst è stato il primo a notare la cosa e quando per una serata di beneficienza mi ha consigliato di indossare un turbante, ho capito di non avere più speranze. Sarei diventata calva. I miei capelli, scuri e indomabili, crespi e ribelli, che tanto ho odiato da bambina e tanto ho amato da adulta, simbolo della mia femminilità, mi avrebbero presto abbandonata.

Mi hanno fatto i complimenti per l’acconciatura quella sera. Tante celebrità che sfoggiavano i loro migliori look, credendo che anche il mio fosse frutto di un accurato studio. Che sotto ci fosse un richiamo alle mie origini, ai colori della mia terra che impreziosivano quel turbante. Ci hanno scritto sopra anche un articolo, credendo volessi lanciare un messaggio alle donne della mia etnia.

Ma la verità era che volevo solo nascondermi.

Quello e altri turbanti mi hanno fatto compagnia per molti mesi. Mi sentivo malata. Ero malata.

Oltre al mio hair stilyst, solo mio marito sapeva cosa mi stava accadendo. Mi ha sempre sostenuta e ripetuto che, davanti ai suoi occhi, sarei sempre stata la più bella. Ma io non mi sentivo bella. Rifiutavo il mio corpo e quasi pretendevo che anche gli altri lo rifiutassero. Per un periodo il nostro rapporto di coppia vacillò. Non volevo che mio marito mi guardasse, mi toccasse, mi dicesse che mi avrebbe amata sempre e comunque. E riuscii nel mio intento, perché si allontanò da me, accusandomi di esagerare.

Smisi anche di accettare proposte di lavoro. Il mio aspetto, la mia immagine è quasi tutto ciò che conta nel mio mondo. E ormai ero deturpata. Avevo la testa a chiazze. Mi avrebbero fatto indossare una parrucca se avessero scoperto cosa nascondevo sotto il turbante. O peggio, mi avrebbero sostituita.

Caddi in depressione. Smisi di curarmi e sparii dalla scena. Furono mesi duri e solo la testardaggine di mia figlia, che non voleva rinunciare a sua madre, riuscì a salvarmi. Una mattina, mentre sprofondavo nel letto vuoto, si presentò in camera con un paio di forbici e un rasoio.

«Fallo, adesso» mi disse imperativa.

Feci finta di non sentirla e mi girai dall’altra parte. Poi sentii un rumore metallico, quasi un fischio. Mi voltai e la vidi che tagliava i suoi bellissimi capelli, in maniera disordinata. Non feci in tempo a bloccarla che accese il rasoio.

«Nuovo look per entrambe.» Non scherzava. E mi lasciai convincere.

Uscii allo scoperto, pubblicando la mia prima foto dopo mesi. La luce del tramonto sulla mia pelle scura e sulla mia testa completamente rasata. E per la prima volta dopo tanto tempo, anche nei miei occhi. In un lungo post raccontai della mia malattia, mi riappacificai con mio marito e tutto il mondo dello spettacolo si schierò dalla mia parte.

Avevo di nuovo la mia vita e avevo di nuovo voglia di vivere, ma quella sofferenza non l’avrei mai dimenticata. E non mi avrebbe mai abbandonata.

Mio marito non mi avrebbe più passato la mano tra i capelli. Non avrei più scosso la testa per far ballare le mie treccine colorate. Non avrei più arrotolato quella ciocca intorno all’indice mentre studiavo i copioni.

Cose piccole. Insulse. Stupide forse. Ma non si può giudicare un dramma se non lo si sta vivendo. Ho imparato a dare importanza alle cose che prima ritenevo banali. La prima delusione d’amore di mio figlio, a 5 anni; quando mia figlia perse il suo braccialetto di plastica preferito. Potrei andare avanti all’infinito a raccontare di tutti quegli episodi che per me erano nulla, ma che agli altri hanno cambiato la vita. O almeno una parte.

Oggi ho una nuova consapevolezza e per la prima volta dopo anni ho accettato l’invito a presenziare a un evento pubblico. Mi hanno messa in prima fila, a pochi passi dal palco. Ero spaventata, sapevo che il mondo intero avrebbe giudicato il mio look. Ho indossato un abito sexy e femminile e mi sono fatta truccare con un make-up scintillante. Volevo a tutti i costi sembrare una donna, anche con la testa rasata.

E poi, da quel palco, qualcuno mi ha nominata. Ha fatto una battuta. Una semplice battuta, di quelle che si fanno tra amici. Ma l’ha fatta davanti al mondo. Davanti a me. Riguardo la mia malattia. E tutti hanno riso. Ridevano di me, nessuno escluso.

Avrei voluto alzarmi, scappare via, tornare a nascondermi. E invece sono rimasta lì, su quella poltroncina così comoda in prima fila. Nessuno mi ha difesa. Nemmeno io l’ho fatto. Ho lasciato che mi umiliassero e ridessero, fingendo che non mi importasse. Fingendo che fosse solo una battuta, e le battute non feriscono.

Ho messo la testa tra le mani. La testa rasata, tra le mani. E ho lasciato che lo spettacolo andasse avanti.

C'era una bozza Esperimenti di mitomania

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