Era il primo aprile quando, mentre mi facevo cullare dal ronzio della Formula 1 sulla poltrona, tutti i programmi furono interrotti da un’edizione speciale del TG. La sigla partì con un volume più alto rispetto a quello che avevo impostato e, se prima gli occhi non volevano saperne di rimanere aperti, adesso la tv aveva tutta la mia attenzione. A quanto pareva l’annuncio veniva direttamente dalla NASA: un asteroide avrebbe colpito la Terra.
Solo pochi minuti prima, durante il pranzo, avevo fatto uno scherzo a mia moglie dicendole che per impegni lavorativi sarei stato fuori città il giorno del suo compleanno. Stava per saltare fuori dalle coperte e mordermi alla gola. «Pesce d’Aprile!» Non l’aveva presa benissimo, ma sono sempre stato un clown e non ero riuscito a trattenermi.
Spensi la tv e mi appisolai.
Ero ancora nel dormiveglia quando il mio cellulare cominciò a vibrare ripetutamente sul tavolino di cristallo. Tentai di ignorarlo, ma faceva più rumore della centrifuga della lavatrice. Allungai la mano, poi il piede, ma in nessuno dei due casi riuscii a raggiungerlo. Fui costretto ad alzarmi. Era già la seconda volta che il mio sonno veniva interrotto, bello scherzetto.
Controllai le notifiche di WhatsApp: sembrava che ogni membro di ogni gruppo in cui ero avesse avuto voglia proprio in quel momento di scrivere qualcosa. E non sembrava aver intenzione di fermarsi. Aprii un messaggio a caso: l’argomento era l’asteroide. Ne aprii un altro: idem. Erano tutti cascati in quel Pesce d’Aprile da scuola elementare.
Riaccesi la tv incuriosito. A quanto pareva, saremmo finiti tutti spiaccicati il 3 aprile alle 15.17 ora locale. Quei gran burloni della NASA lo sapevano già da tempo, ma non avevano detto nulla per non scatenare il panico tra la gente, optando per un preavviso di due giorni. Due miseri giorni di tempo per permettere all’intera umanità di tornare a casa a salutare i propri cari prima dell’impatto. Che fosse il primo aprile, era solo una banale coincidenza.
Per quel giorno spensi definitivamente la tv, ma non potei ignorare le centinaia di messaggi che continuavano a intasare il mio cellulare, né la follia che aveva invaso i social network: tra chi inviava catene di preghiere, chi era scettico e insultava i creduloni e chi restava in silenzio a ridere, era tutto un delirio.
Arrivò la sera, tornai a casa dal lavoro, e nessuno aveva ancora smentito la notizia. Aspettai la mezzanotte italiana, anche se l’annuncio proveniva dall’America. Aspettai che scoccasse il 2 aprile anche oltreoceano, non sapendo neanche se esistesse o meno la tradizione del Pesce d’Aprile lì.
Io non riuscivo a credere che tutti quelli che sapevano fossero riusciti a tenere la bocca cucita fino a quel momento. Né che nessun appassionato di astronomia avesse puntato un telescopio verso il cielo per verificare se quell’ammasso di roccia ci stesse cascando addosso veramente.
Arrivò di nuovo la sera. Entrai in camera da letto, mia moglie aveva gli occhi chiusi, ma riconobbi dal respiro che non stava ancora dormendo. Mi inginocchiai al suo fianco e le strinsi la mano tra le mie. «Ho una sorpresa per il tuo compleanno.»
«Un regalo?» sussurrò lei dopo un po’, girando a malapena la testa ricoperta da una leggera peluria.
«Sì, un regalo. Domani lo vedrai.»
Ero molto combattuto, come raramente lo ero stato nella mia vita. Se quello dell’asteroide non era un Pesce d’Aprile, il Signore aveva veramente ascoltato le mie preghiere. Sarebbe stato troppo bello per essere vero. Andai a dormire ancora assalito dai dubbi.
Il giorno dopo uscii per comprare una torta a mia moglie, ma come immaginavo tutte le pasticcerie erano chiuse. Così come tutti i negozi. Chi vorrebbe trascorrere al lavoro le sue ultime ore di vita?
Così tornai a casa e preparai un dolce con le mie mani, abbastanza grande da poter contenere tutte e 38 le candeline. L’avevo cotto un po’ troppo, ma non me ne preoccupai più di tanto: nel giro di poche ore sarebbe stato completamente arrostito.
Preparai anche un pranzo speciale con quello che era rimasto in frigo e andai in camera a mangiare con mia moglie. Le accarezzai il braccio libero, la pelle talmente sottile che sembrava una velina. Tenne gli occhi chiusi tutto il tempo, ma ogni tanto sorrideva alle mie battute.
«Torno subito» le dissi terminato il pasto. Presi due sdraio, un tavolino, la torta e portai tutto sul terrazzino condominiale.
Poi andai a prendere mia moglie: le tolsi gli aghi dal braccio, staccai la flebo, la sollevai, le misi gli occhiali da sole e le feci indossare la sua giacca più bella che giaceva nell’armadio inutilizzata da troppi mesi. «Il tuo regalo di compleanno» le annunciai, prima che riuscisse a farmi domande.
La portai in braccio fino al terrazzino, non presi neanche l’ascensore tanto era leggera. L’adagiai su una delle sdraio e mi sedetti accanto a lei tenendole la mano.
«Ti avevo promesso che quando sarebbe stato il momento, sarei venuto via con te.» Inforcai gli occhiali da sole e sorrisi guardando il cielo che piano piano si oscurava. «È il momento.»