C'era una bozza Esperimenti di mitomania

L’ennesimo lunedì

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Quando questa mattina mi sono svegliato sapevo che sarebbe stato l’ennesimo lunedì. L’ennesimo lunedì dei miei ennesimi 15 anni.

Per la precisione ho 15 anni da 22 anni, ma che importa? Mi sento ancora l’arrabbiato quindicenne di un tempo. Ero inutile allora e lo sono anche adesso.

Ieri sera non ho acceso la sveglia prima di andare a dormire… e chi dorme più? Giaccio nel letto stremato quando i miei figli perdono le forze, passo la notte con i loro piedi nelle costole e mi sveglio coi loro pianti nelle orecchie.

Il lunedì è quasi un sollievo per me: so che mi aspettano ben cinque giorni da passare in ufficio, da solo. Non del tutto da solo in realtà, ma senza nessuno che mi cerchi continuamente perché vuole giocare a palla, non riesce ad aprire il frigorifero o frigna perché ha litigato col fratello.

In compenso all’altro capo del telefono c’è mia moglie che mi chiede se torno per pranzo e se ho intenzione di fare tardi anche questa sera. No, non tornerò e sì, farò tardi.

Non fraintendetemi: amo la mia famiglia, ma lo stress che si respira in casa è diventato ormai insopportabile. Torno comunque tutte le sere, il cinema e la birretta con gli amici sono eventi talmente sporadici che possono essere ignorati. Ma appena apro la porta di casa i miei occhi non possono che essere catturati da quella miriade di mattoncini colorati sparsi sul pavimento bianco, che inevitabilmente dovranno essere raccolti dal sottoscritto. Lo stesso vale per macchinine, pezzetti di carta, pennarelli e tutto ciò che può essere alla portata di due delinquenti che non raggiungono neppure il metro di altezza.

Mia moglie non la guardo più da un pezzo, ma solo perché non ho tempo. Lei è sempre bellissima – credo – e mi farebbe piacere trascorrere del tempo con lei. Ma insieme a lei dovrei prendere tutto il pacchetto, quindi no grazie, sto bene così. Quando capita che siamo invitati a cena fuori passiamo il tempo a togliere patatine dai nasi e rincorrere sotto i tavoli quei due pericoli pubblici.

Potrebbe sembrare strano, ma in fondo amo anche i miei figli e li amo più della mia stessa vita, che non è tanto, ma è pur sempre qualcosa. Credo che semplicemente si comportino da bambini e sono io che dovrei riuscire a tollerarli meglio. Non nego che a volte qualche schiaffone parte e la voce si alza più del dovuto, ma ci sono anche momenti di gioco e di coccole che condividiamo. Momenti brevi e che inevitabilmente portano a lotte – spintoni – cadute – pianti.

Comunque, credo che il vero problema non sia la mia famiglia, ma quel senso di inadeguatezza che mi porto dietro da quando ero adolescente. Era l’epoca in cui, come tutti, credevo di non valere nulla e non esistevano ancora i selfie e i like a darci quella botta di autostima. Ero un ragazzo come tanti, mediocre, che si destreggiava tra lo studio e poche passioni. Mi sono anche iscritto all’università, laureato e ho persino trovato lavoro nel mio campo.

Mi piace il mio lavoro. Con i colleghi non ho molto a che fare, ma tutto sommato non mi interessa, preferisco far riposare le orecchie piuttosto che ascoltare anche le loro voci. Sono un professionista stimato e guadagno abbastanza da vivere una vita economicamente serena.

E quindi? Quindi ogni tanto, nei ritagli di tempo, quando sono sotto la doccia o percorro il tragitto casa-ufficio, mi metto a pensare. Penso a qualcosa che vorrei fare, che mi piaccia, solo per me. Non per la mia famiglia e nemmeno per il mio lavoro. Per me.

Spesso vengono fuori diverse idee, anche piuttosto bizzarre; altre volte invece non ho nessuna ispirazione. Ho cominciato ad annotare tutto ciò che mi pareva più fattibile e che in generale non prevedesse un investimento milionario o un trasferimento all’altro capo del mondo. Dopodiché, mi sono buttato.

Ho scritto un libro, un thriller, con qualche cadavere e un assassino insospettabile. C’era di mezzo persino una storia d’amore, che attira sempre. È stato un lavoro durato anni, ma alla fine sono riuscito a concludere con il minimo di caratteri previsti per un romanzo. Ero soddisfatto? No, non credo, mi sembrava peggiore di tutti quelli scritti da altri, ma l’ho inviato comunque a qualche casa editrice, anche quelle piccole che accettano gli scarti degli altri. Non ho mai ricevuto risposta.

Allora ho pensato di puntare al digitale e ho creato un sito di viaggi. Me la cavo con l’informatica, quindi non è stato complicato e sicuramente ha richiesto meno tempo della stesura di un romanzo. La mia idea era geniale, qualcosa di mai visto sul mercato, non potevo non avere successo… e invece. Pochissimi visitatori, di cui almeno la metà ero io da diversi dispositivi, e il progetto non è mai decollato. Continuo a pagare il dominio del sito, ma probabilmente non ricordo neanche più le credenziali per potervi accedere.

Ci ho riprovato con qualcosa di meno impegnativo, qualcosa che mi avrebbe potuto dare risultati immediati anziché richiedere tanto lavoro iniziale e zero soddisfazioni: il direct marketing. Ho scelto il prodotto per me più interessante e ho cominciato a pubblicizzarlo tra amici e parenti. Il risultato? Una grossa vendita iniziale che mi ha fatto ben sperare, e poi più nulla.

Ci sono stati altri progetti, ma nessuno è andato a buon fine. E io continuo a essere arrabbiato e frustrato.

Ogni lunedì, ogni domenica, ogni giorno della settimana, ogni ennesimo giorno in cui mi sveglio, vorrei poterlo fare con un obiettivo nella testa sapendo che mi aspetterà un premio. Vorrei poter dire di essere utile a qualcosa che non sia solo assecondare il mio capo e portare i soldi a casa o mettere a letto i bambini.

Vorrei avere qualcosa di mio, creato da me, una piccola soddisfazione personale. Qualcosa di utile.

Qualcosa che il me di 15 anni non credeva di poter avere. Qualcosa che il me di 37 sa che non avrà mai.

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