C'era una bozza Esperimenti di mitomania

La testa tra le nuvole

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Avevo la testa tra le nuvole. Letteralmente. 

Finalmente l’aeroporto di Genova era stato riaperto, il nubifragio sembrava aver lasciato qualche momento di tregua alla Liguria. Ero pronta per tornare a casa, la mia permanenza lì era durata fin troppo.

Ero già stata in aereo tante volte, forse un centinaio, ma la paura era sempre la stessa. Sembra ironico, ma avevo cominciato a soffrirne negli anni del liceo. Da piccola mi sembrava una cosa magica e non mi passava neanche per la mente la domanda: «Perché gli aerei volano?». 

Sono aerei. Sono fatti per volare. Fine della storia.

Poi un giorno diventi grande e la magia svanisce. Cominci a studiare la fisica, ti appassioni e scopri come funzionano gli aerei. Bene, adesso che lo sai sei diventata una persona più saggia. Potresti addirittura costruirlo un aereo. 

E invece no. La paura arriva proprio in quel momento.

Credere nelle cose che non riesci a spiegarti è facile, ma quando arrivi a conoscere il perché di quelle cose… ti assale l’ansia.

Avranno fatto tutti i controlli di rito prima della partenza? Ci sarà abbastanza carburante? Il pilota avrà dormito stanotte o avrà fatto le ore piccole? Ma quelle gocce che cadono dall’ala sono normali? Oh mamma, e questo rumore cos’è? Non sembra il rombo classico del motore.

Ma non c’era niente da fare, avevo scelto di avere una storia a distanza e se non volevo passare dodici ore in treno mi toccava prendere l’aereo un paio di volte al mese.

Fino a quella sera. Storia chiusa, ultimo aereo da prendere. Assaporavo già quella sensazione di libertà, avevo quasi meno paura del solito. O semplicemente ero così turbata dall’aver chiuso con il mio ragazzo che la mia mente tornava al nostro ultimo bacio e non aveva tempo di occuparsi di una bazzecola come un viaggio in aereo. Non riuscivo a immaginare la mia vita senza di lui, gli avevo dato tutta me stessa e lui si era preso tutto.

Probabilmente una volta atterrata gli avrei scritto e gli avrei chiesto scusa per delle colpe che non avevo. E lui mi avrebbe perdonata e saremmo tornati insieme, stavolta per sempre. Era stato solo l’ennesimo litigio e l’avremmo risolto anche stavolta.

Allacciate le cinture, sembrava che tutto stesse filando per il verso giusto: le hostess passeggiavano tranquille col loro carrellino nel corridoio, io avevo il mio solito posto sull’ala e lontano dal finestrino e stranamente non avevo nessuno accanto; dietro di me una giovane mamma cullava la sua bambina di poche settimane e la consolava dal pianto dicendole che mancava poco all’atterraggio e «la nonna ci viene a prendere con il biberon».

Guardai l’ora, c’eravamo, avremmo dovuto cominciare la discesa. Si accese il segnale delle cinture di sicurezza e il pilota ci informò che eravamo pronti per l’atterraggio. Con un pizzico di coraggio diedi una sbirciatina veloce giù e mi accorsi che qualcosa non andava. Quello che vedevo non era il mare, né tantomeno Bari.

Nuvole. Immense, enormi, sconfinate nuvole che si accendevano a intermittenza. Ecco che fine aveva fatto il nubifragio della Liguria. Ci avvicinavamo sempre di più e in un attimo eravamo dentro. L’aereo venne colpito ripetutamente dai fulmini e sballottolato da una parte all’altra. Fuori era un inferno: una discoteca con luci stroboscopiche. Il pilota ci chiese di stare calmi, ma era il panico. Non potevamo atterrare, era troppo pericoloso.

Il pilota ci informò che dovevamo risalire e sorvolare Bari per almeno una mezz’oretta, finché la situazione non fosse tornata alla normalità. C’era chi piangeva, c’era chi urlava, c’era chi pregava.

Io, che fino a poco più di un’ora prima pensavo che la mia vita sarebbe finita con la chiusura della mia storia d’amore, adesso ero convinta che la mia vita sarebbe finita, ma non per colpa di lui. In quel momento il mio pensiero andò alla mia famiglia, che come sempre veniva a prendermi in aeroporto, e che questa volta non avrebbe trovato nessuno. Scrissi disperatamente un messaggio per tutti loro sul mio cellulare, sapendo che non avrei mai potuto inviarlo, ma sperando che in qualche modo sarebbero riusciti a recuperarlo comunque.

Al mio ex non scrissi nulla. Non sarebbe stato per lui il mio ultimo messaggio. Non era più lui la mia vita e l’avevo capito solo quando avevo temuto di perderla. La mia vita vera, non lui.

Passò il tempo e finalmente arrivò il momento di riprovare la discesa. Di nuovo i fulmini. Di nuovo l’aereo che si inclinava prima da una parte, poi dall’altra. Un vuoto d’aria ci diede la sensazione di cadere per alcuni secondi, così, come un sasso. I passeggeri cominciarono a slacciarsi le cinture, ad alzarsi, a provare a fuggire… ma fuggire dove? Eravamo in una gabbia metallica sospesa nel cielo, senza vie di scampo. Persino le hostess avevano perso il loro sorriso.

Il pilota non sapeva più come dirci di stare calmi. Non potevamo atterrare, eravamo costretti a risalire. A questo punto venne presa una nuova decisione: si va a Brindisi, sperando che lì il tempo sia migliore.

Ma non fu così. Trovammo anche lì il temporale, ma era impossibile temporeggiare ancora, dovevamo atterrare per forza. Eravamo in volo da troppo tempo ormai.

Cominciò per la terza la volta la discesa, ci reggevamo ai sedili, mantenevamo le borse, ci aggrappavamo a qualsiasi cosa e a qualsiasi speranza. La luce che veniva da fuori era accecante, i rumori erano delle esplosioni. La mamma dietro di me piangeva più forte di sua figlia. Io ero paralizzata.

Ci vollero diversi minuti e manovre azzardate, ma cominciammo a intravedere le luci della città.

Ancora pochi metri.

E poi finalmente eravamo a terra.

E poi finalmente eravamo a casa.

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