Ero una ragazza coi codini, senza arte né parte, brava in tutto e brava in niente.
Volevo fare la cantante, la pittrice, la ballerina…
Alla fine ho frequentato il liceo linguistico non tanto per una propensione per le lingue, ma perché in quel periodo spopolavano le serie tv straniere e mi piaceva guardarle in lingua originale. Faceva figo. E poi non dovevo aspettare che qualcuno si prendesse la briga di tradurre e sottotitolare, né che il tutto venisse ben confezionato e spedito in Italia.
Ci capivo qualcosa? Assolutamente no. A volte mi veniva il dubbio che gli attori non parlassero neanche in inglese tanto era diverso da quello che mi insegnavano a scuola.
Nel frattempo però sentivo nascere qualcosa in me e decisi che volevo saperne di più, così trascorsi il quarto anno di liceo all’estero, nello Stato di Washington.
Avevo 17 anni, ero completamente sola, a migliaia di chilometri da casa e mi sembrava di vivere in un film muto. Gli altri muovevano le labbra per comunicare, io restavo in silenzio. Passai i primi giorni a piangere, ma i miei genitori mi convinsero a non mollare. Mi inviarono un paracadute virtuale, mi diedero una bella spinta e… mi buttai.
Cominciai a frequentare altri ragazzi e li pregai inizialmente di parlare più lentamente per darmi il tempo si assimilare lo slang e la corretta pronuncia delle parole. Dopo qualche giorno, provai a parlare anche io, imitando loro. Mi resi conto che era una lingua completamente nuova e che quasi mi vergognavo a esprimermi così. Mi sentivo ridicola e avevo paura di sbagliare. Ma furono tutti gentili con me. Mi correggevano educatamente e mi coinvolgevano nelle loro conversazioni.
Terminato l’anno scolastico, tornai in Italia con una nuova consapevolezza e con un bagaglio di conoscenze che mi aveva cambiato la vita. Adesso potevo davvero guardare le serie tv in lingua originale!
Dopo l’esame di maturità ero ancora incerta su cosa volessi fare nella vita, così mi lasciai convincere dai miei genitori a iscrivermi alla Bocconi.
Durai tre mesi. Li delusi moltissimo quando dissi loro che non ero portata per l’Università, che quell’ambiente mi stava stretto e che sognavo altro per me… sì, ma altro cosa?
Mi piacevano i bambini, così per mettere qualcosa da parte cominciai a propormi come babysitter. Le cose andavano bene, ma mia madre voleva che continuassi a studiare e si offrì di pagarmi un corso, uno qualsiasi, a me la scelta, appena rientrata dalle vacanze. Il caso volle che quell’estate mi trovassi a Ibiza: avevo seguito un gruppo di amici che festeggiavano la loro prima estate da universitari. Loro facevano festa la notte e dormivano di giorno. Io facevo festa di notte e mi occupavo di un paio di bambini di giorno. Chiaramente non spiccicavano una sola parola di italiano, né mi venne mai in mente di insegnargli la mia lingua, così comunicavamo in inglese. Era divertente. Avevo un po’ messo da parte il parlato perché non c’erano più state occasioni per sfruttarlo, ma mi accorsi di sentirmi a mio agio.
Arrivato settembre, seppi dare una risposta a mia madre: volevo iscrivermi a un corso di inglese per insegnare la lingua ai bambini. I risultati non tardarono ad arrivare a presto inviai il mio curriculum a qualche scuola privata. La mia emozione quando ricevetti quella chiamata… mettere piede in un’aula per la prima volta come insegnante… i bambini che mi chiamavano teacher… sentivo di aver finalmente trovato la mia strada. Avevo addirittura uno stipendio vero! Presa dall’entusiasmo accesi un mutuo per comprare la casa dei miei sogni: il mio primo passo da adulta.
Ma presto mi scontrai con la dura realtà: io ero troppo colorata, troppo sorridente, troppo chiacchierona, troppo troppo troppo… quello che cercavano in quella scuola era un’insegnante tradizionale, non potevo stravolgere il metodo di insegnamento che per anni aveva fatto da padrone nelle scuole. Non potevo avere nuove idee, non potevo mettere in atto ciò che avevo imparato in America, non potevo essere me.
Peccai di superbia quando per l’ennesima volta nella mia vita decisi di mollare. Erano passati di nuovo solo tre mesi dall’inizio di quell’esperienza quando mi licenziai, convinta che avrei trovato di meglio. Convinta che io meritavo di più.
Terminate le vacanze di Natale, ripresi a inviare il mio curriculum. E poi il Covid bloccò tutto. Nessuna scuola assumeva più. Non potevo neanche entrare nelle case per tornare a fare la babysitter. Non avevo più nulla, a parte un mutuo aperto e zero soldi sul conto in banca.
Se non mi fossi licenziata avrei potuto continuare a fare lezione online… forse se avessi chiesto scusa mi avrebbero ripresa…
Chiusa in quella casa che non sapevo come pagare ripensai a tutti i fallimenti della mia vita, a tutte le cose che avrei potuto fare diversamente: continuare l’Università, tenermi il lavoro… non deludere i miei genitori.
Mi guardai allo specchio: ero una ragazza coi codini, senza arte né parte, brava in tutto e brava in niente. Ma ero me. E non sarei mai cambiata per compiacere gli altri.
Accesi la webcam, ci misi la faccia. Nessuna scuola mi avrebbe ingabbiata. Avrei insegnato inglese ai bambini, col mio metodo. Divertente. Colorato. Fantastico.
E costruii un impero.